Giorni 5-8: Revere-Bottrighe-Chioggia-Venezia

Ed ecco cosa è accaduto nella seconda metà del viaggio: il diario quotidiano, che avremmo dovuto scrivere ogni giorno, è rimasto infatti incompiuto durante la nostra impresa, per mancanza di forza fisica e mentale. Ogni giorno che passava pareva essere più duro per noi, condizione aggravata dal tempo in costante peggioramento.

Ripartiamo di buon’ora da Guastalla per il quinto giorno di navigazione, anticipando al massimo delle nostre energie l’alzataccia a causa della situazione meteo non proprio promettente. Cerchiamo di fuggire verso est il più velocemente possibile per scappare dalla pioggia. Il cielo plumbeo regge per una parte del percorso ma a metà, purtroppo, gocce di pioggia in aumento cominciano a ticchettare su di noi. Pochi minuti e la pioggia diventa battente, la temperatura si abassa, l’umidità entra dentro il nostro corpo. Ora sarà dura remare fino a Revere.

L’unica certezza è che non ci sono alternative se non vogare, vogare, vogare e arrivare a destinazione. Non esiste un piano B. Le circostanze mettono a dura prova la resistenza di noi canottieri. Solo un paio di soste velocissime su isole di fortuna, dove affondiamo nel fango come da tradizione. Iniziamo ad emettere strani fonemi, parole che si ripetono come mantra senza senso. E’ un modo come un altro per far passare il tempo, per non pensare, per anestetizzare la sofferenza. Capisco il senso delle canzoni di guerra, delle litanie che i soldati ripetono osessivamente, all’infinito, durante la loro marcia. Lo si fa perché hai assoluto bisogno di tenere la mente occupata, perché se pensi ti fermi e se ti fermi non riparti più.

Passano i minuti e le ore mentre il cielo pare squarciarsi all’arrivo a Revere: arriviamo col sole. Da lontano scorgiamo la Canottieri a sinistra della nostra prua, giusto prima di un ponte ferroviario. E’ bello vedere un pontile dove sai che attraccherai e potrai scendere. Un’altra tappa raggiunta, Venezia si avvicina.

Trascorriamo una serata in questa splendida cittadina che vanta una rocca dei Gonzaga, una delle loro residenze estive proprio a ridosso del grande fiume.

Il gentilissimo e disponibile responsabile della pro-loco, apre la torre per mostrarci la sua struttura che, nel corso della storia, ha avuto funzioni molto diverse: torre di avvistamento, carcere ed infine torre campanaria, divenuta mèta molto ambita per i campanari di tutto il mondo.

Proseguiamo la visita all’attiguo Palazzo Ducale ed al museo del Po che vi è ospitato.

La collezione è ricca ed affascinante e racconta la secolare storia del fiume. Sono esposti modelli di barche e zattere, mulini fluviali, ponti di barche ed altre meraviglie dei tempi che furono che erano in grado di sfruttare l’energia idrodinamica ora inutilizzata.

La sezione delle mappe antiche, che già riproducevano fedelmente il territorio circostante e l’idrovia, è di grande fascino. A fatica, ce ne andiamo.

Siamo provati dalla tappa di oggi e non godiamo la serata come avremmo potuto. Studiamo il meteo ogni ora, sperando che qualcosa migliori. Ma nulla migliora e domani sarà un massacro: 100 chilometri lungo un Po che si sta allargando, che sta moderando la sua corrente, che non ci darà una mano. Domani non avremo sconti e, nonostante la stanchezza, il buon senso ci suggerisce di partire quanto prima. Questo si traduce in una sveglia alle quattro e mezzo del mattino per avere il tempo di fare colazione, di armare le barche e di salutare Revere alle sei, al più tardi.

Ci alziamo con le facce scure, i nostri sguardi si incrociamo, proviamo a darci forza l’un l’altro. I giorni stanno trascorrendo ed il gruppo avverte quel senso di appartenenza che può fare la differenza. Non escludo che a volte pensiamo di essere un po’ matti, non escludo che ciò sia vero ed è forse la nostra salvezza.

Un paio di foto dal grande argine di Revere mentre il cielo pare schiarsi al sorgere del sole; via sulle barche, ognuno di noi agguanta i propri remi e inizia questo movimento sul carrello che oggi non avrà mai fine: avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

Siamo fortunati, o meglio, ci illudiamo di esserlo. Il cielo grigio sembra volerci risparmiare, le nubi si addensano attorno a noi ma abbiamo vogato per oltre 50 chilometri ed ancora non piove. Le speranze di evitare il peggio si spengono verso il sesssantesimo chilometro. Una pioggia battente si rovescia sopra le nostre imbarcazioni, un vento freddo si scatena attorno a noi mentre il fiume inizia ad incresparsi quasi fosse un mare. Ne mancano ancora quaranta, 4 ore di navigazione, 4 ore di baratro.

Non so come facciamo a continuare, a non mollare, a muovere i muscoli ormai ghiacciati e bagnati fino alle ossa. Si alternano momenti di tragico silenzio, perché nessuno di noi ha più forza di parlare, a momenti di “delirio” nei quali, com’era già accaduto, ripetiamo parole senza senso.

Guardo l’orologio che ho slacciato dal polso e appoggiato sulla barca nella speranza che le lancette scorrano più veloci. Scorrono sempre uguali, invece, è assurdo. Mi arrabbio con l’orologio.

Chiediamo al timoniere: “quanto manca? Vedi il pontile? Siamo arrivati? Non ce la facciamo più, non reggiamo più. Non si capisce come facciamo a non fermarci, ad andare avanti. Ti viene quasi da piangere.

Dopo 10 ore, con le mani che non sentiamo più, con le gambe che tremano, con la schiena a pezzi, vediamo la fine, vediamo un benedetto pontile di legno, vediamo alcune persone che aspettano i reMIVEri. Siamo arrivati a Bottrighe. Scaviamo dal fondo del barile delle nostre energie e giriamo le prua delle barche contro la corrente per la manovra di attracco.

Quando scendo a terra le gambe si piegano, non reggono più, la tensione cala all’improvviso. E’ un momento di commozione, per tutti. Ce l’abbiamo fatta, ci sentiamo un po’ eroi.

L’accoglienza è meravigliosa: anche qui, come durante tutto il nostro viaggio, troviamo amici che ci salutano con entusiasmo, che si mettono a disposizione per alleviare le nostre sofferenze, che ci ospitano nelle loro strutture, ci trasportano coi loro mezzi a destinazione, ci stringono la mano.

Lungo il grande Po, non abbiamo mai incontrato qualcuno che non fosse felice di vederci, che non volesse, in qualsiasi modo, essere di aiuto. Non è una cosa da poco e, probabilmente, è la cosa che ci ha dato la spinta per andare avanti, per non mollare mai.

La serata trascorre piacevolmente con gli amici della Canottieri Adria che sono venuti ad accoglierci e a festeggiare la nostra impresa: ci regalano una locandina che hanno fatto fare in ricordo dei reMIVEri. Siamo loro grati del gesto come siamo grati a tutti. Esiste una bella umanità che vive ed ama questo fiume. Noi l’abbiamo conosciuta ed abbiamo imparato ad apprezzarla, ad amarla.

Calata la tensione e l’adrenalina per la mèta raggiunta, la stanchezza esplode dirompente su tutti noi. Raggiungiamo le stanze e ci tuffiamo nei letti come fossero la cosa più bella del mondo. Un nubifragio si sta scatenando in tarda serata. Questo fa ben sperare per la giornata di domani, l’ultima della nostra folle avventura, la tappa che ci dovrebbe portare a Venezia.

La notte vola velocemente, comprendi che non hai tempo sufficiente per recuperare la stanchezza che si sta accumulando giorno dopo giorno ed il sonno non è mai profondo perché la mente non riesce a staccare del tutto.

E’ trascorsa ormai una settimana, siamo in prossimità del delta del Po. Oggi passeremo una serie di chiuse e canali che taglieranno il fiume Adige e il Brenta e ci porteranno nella laguna veneta.

Un saluto agli amici dell’Agriturismo Casa Ramello di Ariano nel Polesine – che hanno dedicato alle nostre magliette ufficiali reMIVEri un ciclo della loro lavatrice – e siamo di nuovo in partenza.

Chiudiamo le borse che carichiamo nell’auto di Antonio, papà di Massimo, nostro fondamentale supporto via terra. Anche senza di lui, il nostro viaggio non sarebbe stato possibile.

Giriamo le barche per svuotarle dall’acqua piovana, mentre alcuni di noi vanno a prendere i remi. Panico: contiamo i remi diverse volte e sembra che ne manchino sempre quattro. “Hanno rubato i remi”, inizia a dire qualcuno; “l’avventura finisce qui”, chiosa qualcun’altro. Mettiamo i remi vicini, li accoppiamo e continuiamo a contarli e ricontarli, increduli. Ne mancano sempre quattro, due coppie di remi. Tutti affermano che i remi sono stati portati e appoggiati in quel preciso punto, tutti negano di aver spostato i remi: l’ipotesi del furto di remi pare consolidarsi.

I remi, ovviamente, si trovavano su un altro punto del pontile. Un sospiro di sollievo: i nostri sedici remi esistono ancora. Credo sia la stanchezza, ormai non vediamo nemmeno gli oggetti davanti a noi.

Il cielo è cinereo ma non piove molto, una pioggerellina fine e costante ci bagna senza disturbare troppo, a volte si ferma. Tutto scorre tranquillamente, oggi. Salutiamo il Po mentre imbocchiamo la serie di canali e di chiuse che ci faranno concludere il viaggio.

Per un tratto si affianca un’altra barca, un dragone, con cui ci divertiamo a gareggiare e a scherzare dentro le conche, in attesa che le paratie si chiudano e si riaprano davanti a noi.

Alcune ore di remata e siamo a Chioggia: una pioggia battente, accompagnata da un forte vento, rinforzano il mare alla bocca di porto che separa la cittadina da Pellestrina. Siamo preoccupati perché le nostre barche da canottaggio – due GIG – non sono adatte alla navigazione in mare, sono basse e non hanno gli scalmi basculanti. Non appena ci troviamo in linea della bocca di porto, un mare violento e ondoso si abbatte su di noi. Un paio di ondate entrano in barca, i remi sono quasi ingovernabili: affondano o non prendono l’acqua.

Oggi non arriveremo a Venezia, la situazione è veramente pericolosa. Si decide di entrare in Darsena, allo Sporting, e di lasciare le barche qui. Nemmeno entrare risulterà facile, la corrente è potente e la barca scarroccia in direzione delle bricole. Con fatica guadagnamo il porto, fradici, tremanti, stanchi.

Le due barche non entrano assieme: l’altro equipaggio della “Reminga”, infatti, aveva trovato un riparo casuale attraccando ad un piccolo pontile presso la scuola dei Salesiani. Qui, in mezzo a bambini che giocavano a calciobalilla e azzannavano voraci le loro merende, i canottieri sono accolti da Don Marco che li rifocilla con the caldo e biscotti. Un ennesimo episodio di generosità ed umanità che abbiamo vissuto in questo viaggio. Grazie Don!

Questa sosta fuori programma significherà dover andare a Venezia in autobus, avendo ormai organizzato il pernottamento ed il trasferimento delle borse lì, e dover ritornare a Chioggia all’indomani per ritentare la traversata. Con ciò ci siamo giocati l’unico giorno di assoluto riposo prima della Vogalonga. Un vero peccato.

La sveglia suona molto presto sabato mattina, nel giorno del riposo perduto; alle 7.25 ripartiamo in autobus alla volta di Chioggia, continuando a guardare il meteo ed il cielo sopra le nostre teste. Dopo un’ora ci ritroviamo nuovamente in Darsena – un bel déjà vu – sotto una piogga costante ed una temperatura che si sta abbassando ulteriormente. Il quadro meteorologico è fosco ma il mare è migliore, con meno vento e meno onda. La decisione è presa: ci sono le condizioni per partire, via verso Venezia.

Abbiamo macinato centinaia di chilometri durante la settimana trascorsa, oggi ne abbiamo solo 30, sono pochi e questo ci consola, nonostante tutto. Si parte, rassegnati, sotto un forte temporale, siamo convinti che non sarà poi così dura. In fondo, abbiamo già percorso 100 chilometri in un giorno solo. Oggi è una bazzecola, in confronto. Non so se pensiamo questo per scaramanzia o perché vogliamo veramente sperare che non sarà poi così tragico raggiungere Venezia. Sta di fatto che questi maledetti 30 chilometri si riveleranno i peggiori del nostro viaggio, questi maledetti 30 chilometri non finiranno mai.

Ci sosteniamo a vicenda durante la traversata, l’acqua ha ormai raggiunto le nostre viscere, un freddo ed un’umidità pungente non ci danno tregua: la mani violacee faticano a stringere i remi, le gambe paralizzate non voglio più piegarsi, la schiena dolorante non sostiene più il nostro corpo.

Voghiamo lungo questo rettilineo infinito, costeggiando Pellestrina ed il Lido di Venezia, poi tagliamo in diagonale verso Sacca San Biagio, alla Giudecca.

Arriviamo a destinazione con la forza della disperazione, nessuno di noi crede di aver fatto quello che ha fatto, nessuno di noi si capacita di essere veramente arrivato a Venezia, partendo da Milano, una settimana fa, in un giorno di sole e applauditi dalla folla.

Eppure tutto questo è accaduto, tutto questo è vero, tutto questo sono stati e sono i reMIVEri.

Siamo noi, siamo persone normali che hanno voluto cimentarsi in qualcosa di più grande di loro, siamo persone che sono volute uscire dalla loro vita per mettersi alla prova, per dimostrare qualcosa al mondo, per urlare a tutti che tutto è possibile.

Scendiamo dalle barche tremando e tremeremo per ore, anche dopo una doccia calda. Siamo veramente commossi, siamo finiti, siamo stremati, siamo felici.

Questo viaggio lungo il Po è stato un viaggio che ha attraversato tre regioni italiane, molti comuni, molte città, è stato un viaggio pieno di umanità e di fatica, di gioie e di sofferenze. Credo che dentro tutti noi rimarrà un ricordo indelebile perché, in fondo, ognuno di noi ha fatto un viaggio dentro se stesso, oltre i propri limiti, oltre le proprie paure. Ognuno di noi non sarà più quello di prima.

E’ domenica, arriva il sole a riscaldare il mondo, migliaia di barche solcano il bacino di San Marco, un colpo di cannone dà il via alla Vogalonga che sarà l’ultima tapppa dell’avventura dei reMIVEri.

In poco più di due ore, nel gruppo di testa, chiudiamo questa fantastica ed irripetibile avventura, vogando, orgogliosi di noi stessi ed applauditi dalla folla festante.

Passiamo sotto il ponte dei tre archi ed imbocchiamo il canal Grande sventolando la nostra bandiera: è bellissimo ed emozionante.

Siamo commossi, siamo felici, ce l’abbiamo fatto. Siamo i reMIVEri, e lo saremo per sempre.

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